L’esperienza al servizio del team: l’importanza del tecnologo
DVArea · 27 Agosto 2026
Dopo aver presentato il nostro dipartimento BIM e di consulenza acustica, approfondiamo un ruolo altrettanto fondamentale per un gruppo che si occupa di progettazione integrata, quello del tecnologo. Si tratta di uno specialista delle tecnologie costruttive che fa da ponte tra l’idea progettuale e la sua fattibilità concreta. In questa intervista con Denny Pè, Associate DVArea e Head of Technology Dept., abbiamo ripercorso la sua storia professionale e ci siamo soffermati sulle peculiarità del suo ruolo: la conoscenza dei materiali e delle tecnologie costruttive, il supporto ai team e lo studio di soluzioni su misura per il progetto.
Ci racconti chi sei e di cosa ti occupi quotidianamente come responsabile del dipartimento Technology?
Lumezzanese di nascita, ma porto nel sangue il perfetto mix bresciano delle “3V”: Valcamonica, Valtrompia e Valsabbia. Per anni, però, c’è sempre stato chi ha cercato di attribuirmi le origini più disparate: scozzesi, irlandesi, olandesi, danesi, svedesi, perfino siberiane.
Nel mio ruolo di responsabile del dipartimento Technology, le attività, quotidianamente, sono molteplici e varie tra loro: mi interfaccio con fornitori ed aziende produttrici, partecipo a meeting e fiere di settore per rimanere sempre aggiornato sulle novità del mondo dell’edilizia, e condivido trasversalmente all’interno di DVArea competenze e conoscenze tecniche, così da supportare al meglio i team nello sviluppo dei progetti. Mi occupo inoltre di organizzare momenti di formazione tecnica interna, favorendo la crescita professionale e la diffusione del know-how all’interno di DVArea.
Sei uno dei collaboratori storici dell’azienda, hai vissuto personalmente l’evoluzione e la crescita di DVArea. Quali sono i cambiamenti più significativi a cui hai assistito in questi anni? C’è un aneddoto o un episodio particolare, legato a questo percorso, che ti è rimasto impresso e che vorresti condividere?
Rientravo nel gruppo dei 16 (compresi i 6 soci fondatori) da cui è partita l’avventura DVA. Oggi DVArea conta 170 collaboratori: sicuramente, all’inizio era molto più facile ricordarsi i nomi.
Ma, fin dall’inizio, ho sentito la piena fiducia dei soci, che avevano visto in me delle potenzialità che ancora non conoscevo nemmeno io. Nel 2014 sono rientrato in Italia dopo un paio d’anni all’estero e, pochi mesi dopo, ho conosciuto gli architetti Andrea Solazzi e Armando Casella, due dei futuri fondatori di DVArea. Dopo un primo periodo di tirocinio, ho iniziato ad affiancare Andrea su una commessa: riunioni, meeting con progettisti di diverse discipline, strutture, MEP, involucro… un mondo completamente nuovo per me, che arrivavo da alcune esperienze di interior design.
Dopo tre o quattro mesi, Andrea mi disse: “La prossima settimana mi sposo, e poi partirò per il viaggio di nozze. Insomma, hai visto come funziona e sono convinto che tu possa sostituirmi per il prossimo mese: andrà tutto bene!”
Detta così sembrava quasi una cosa semplice, peccato che si trattasse del cantiere del Molo C dell’ampliamento dell’aeroporto di Roma Fiumicino! È stato uno stress test tanto impegnativo quanto formativo e soprattutto stimolante, che mi ha aiutato a crescere molto rapidamente.
Epilogo? Sono sopravvissuto e, fortunatamente, anche la commessa non è andata male!!!

Come è nata la tua specializzazione in ambito tecnologico? È stata una scelta spontanea, maturata nel tempo, o il frutto di una spinta esterna, magari legata a un’esigenza specifica dell’azienda?
Credo sia un’indole innata, da buon lumezzanese. Sono cresciuto in un territorio fortemente industrializzato, dove aziende e piccoli artigiani (come mio papà) hanno sempre puntato sulla qualità del prodotto, sulla scelta dei materiali, sul controllo della filiera e sull’attenzione al dettaglio. Prodotto inteso sia come elemento finito, sia come componente di un sistema più grande e complesso.
Questa concezione l’ho ritrovata poi durante gli studi universitari, imbattendomi nella figura del grande maestro Mies van der Rohe e nella sua celebre frase “God is in the details”. È stato uno di quei momenti in cui ti rendi conto che qualcosa che hai sempre percepito trova finalmente una definizione. Ho capito che la bellezza di un progetto non nasce solo dall’estetica e dalla composizione, ma anche dalla precisione; che nulla è casuale e che ogni dettaglio ha una ragione d’essere. In quel pensiero ho ritrovato il modo di osservare il mondo con cui ero cresciuto e ho scoperto un modo di intendere l’architettura che sentivo profondamente mio.
Il tuo ruolo richiede la capacità di cogliere, per ogni elemento tecnologico, le implicazioni sul progetto, unendo competenze tecniche e conoscenza normativa. Come si sviluppa questa capacità di lettura trasversale?
La conoscenza normativa è fatta per l’80% di studio e applicazione, e per il restante 20% di esperienza: più volte ti imbatti nella stessa tematica e, ogni volta, approfondisci un aspetto diverso: aggiungi un tassello in più, colleghi concetti e costruisci progressivamente un quadro sempre più completo.
La lettura trasversale del progetto, invece, è una competenza che va alimentata nel tempo. Io personalmente l’ho sviluppata in una prima fase attraverso le attività di BIM Coordination, quando coordinavo la progettazione multidisciplinare in DVA. La strada verso l’evoluzione dello studio in una società di progettazione integrata e successivamente nell’attuale realtà di DVArea, che era tracciata fin dai primi anni.
Successivamente, questa visione multidisciplinare si è ampliata grazie all’interesse per il 4D, cioè la dimensione del tempo applicata ai modelli BIM, e agli studi di project Management. Sono esperienza che mi hanno insegnato a guardare il progetto non come una semplice somma di discipline separate, ma come un sistema in cui ogni scelta tecnica genera effetti sulle altre.
Hai una visione ampia del sistema edificio che ti permette di fare sintesi e individuare criticità prima che diventino problemi. Da dove nasce questa capacità e come la applichi concretamente nei progetti?
Tutto nasce dal fatto che mi considero, in fondo, “un essere pigro”. Frank Gilbreth, un ingegnere statunitense, affermava: “Sceglierò sempre una persona pigra per fare un lavoro difficile perché una persona pigra troverà sempre un modo semplice per farlo”.
Naturalmente è una provocazione. Per me significa cercare di lavorare in modo intelligente, investendo il tempo nell’analisi e nella risoluzione di una criticità nel modo più semplice possibile.
Quando una criticità si presenta sotto forma di problema, infatti, si finisce quasi sempre per lavorare sotto pressione, con tempi stretti e livelli di stress elevati; in quelle condizioni si perde lucidità e diventa più difficile individuare la soluzione migliore. Per questo cerco di anticipare le criticità, leggere le interazioni tra le diverse discipline e risolverle quando sono ancora semplici da gestire.
Il tuo è un lavoro che richiede autonomia, ma allo stesso tempo sei un punto di riferimento per tutti i team. Come vivi questo equilibrio tra lavoro individuale e supporto trasversale a chi lavora nei diversi ambiti dell’azienda?
Non è sempre semplice e, proprio per questo, richiede una grande flessibilità. È un lavoro difficilmente programmabile: ogni giornata parte con un piano, ma raramente si conclude seguendolo fino in fondo.
Alle attività pianificate, come gli incontri con i fornitori, la formazione tecnica interna, la gestione della libreria tecnica e della materioteca, si affiancano le commesse e le attività di consulenza che seguo direttamente. A queste si aggiungono i continui momenti di confronto con le diverse realtà della galassia DVArea: i colleghi strutturisti di DVS, gli impiantisti di DVMEP, i professionisti di ODUElab, le acustiche di Dieci Decibel, e naturalmente i team di progettazione.
Sono proprio questi che, spesso, “sparigliano le carte”: una consulenza per una consegna imminente, un riscontro estemporaneo ed improvviso per un incontro con il cliente, un dubbio da risolvere in tempi rapidi, che spesso fanno cambiare completamente le priorità di giornata. Fa parte del ruolo, e alla fine è anche uno degli aspetti che apprezzo di più: ogni giorno è diverso e ogni confronto è un’occasione per mettere in comune competenze e trovare la soluzione migliore.

Cosa significa, nella pratica quotidiana, essere la persona a cui i team si rivolgono quando emergono dubbi o criticità tecnologiche?
Quotidianamente direi che il più delle volte il mio ruolo è quello di un “supporto morale”. Spesso i team hanno già individuato una soluzione o una strategia: hanno semplicemente bisogno di un confronto, una conferma o di approfondire qualche aspetto tecnico prima di procedere con maggior sicurezza.
L’aspetto più interessante è che ogni progetto rappresenta una sfida a sé, con le proprie peculiarità e criticità. Non esistono mai soluzioni standard e, proprio per questo, ogni confronto diventa un’occasione per approfondire un tema o valutare nuovi materiali, studiare una tecnologia diversa.
In questo senso, il supporto è reciproco: cerco di mettere a disposizione l’esperienza maturata negli anni, ma ogni progetto mi restituisce qualcosa di nuovo.
In un settore che cambia rapidamente, quanto è importante l’aggiornamento costante e come lo metti in pratica nella tua attività?
È fondamentale, ma credo che oggi la vera sfida non sia tanto trovare informazioni, quanto saperle selezionare. Siamo continuamente esposti a nuovi prodotti, materiali, tecnologie, strumenti digitali e, soprattutto, a un quadro normativo in continua evoluzione. Basti pensare alle direttive europee sulla sostenibilità, ai criteri ambientali minimi sempre più stringenti o alla costante integrazione delle Regole Tecniche Verticali in ambito antincendio: cambiamenti che influenzano concretamente il modo di progettare e richiedono un aggiornamento costante.
Per questo cerco di mantenere un confronto costante con aziende produttrici, fornitori e professionisti di settore, partecipando anche a fiere, convegni e incontri tecnici. Ma l’aggiornamento più efficace nasce dal mettere subito alla prova ciò che si apprende, verificandone l’applicabilità nei progetti reali.
Un aspetto a cui tengo molto è poi la condivisione. La conoscenza ha valore solo se condivisa: per questo organizzo momenti di formazione interna e cerco di trasferire ai team ciò che apprendo, creando un patrimonio comune di competenze. In fondo, l’obiettivo è fare in modo che tutta DVArea possa affrontare con maggiore consapevolezza le sfide dei progetti futuri.
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