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Social housing: l’evoluzione dell’alloggio sociale europeo

DVArea · 3 Luglio 2026

L’housing sociale costituisce storicamente uno dei più importanti laboratori di ricerca dell’architettura e della città contemporanea. Più di ogni altra tipologia edilizia, esso ha rappresentato il luogo nel quale si sono confrontate visioni della società, modelli di convivenza, innovazioni tecnologiche, sperimentazioni tipologiche e differenti concezioni dello spazio urbano.

La sua importanza non risiede esclusivamente nella risposta fornita alla domanda di alloggi accessibili, ma nella capacità di interpretare i mutamenti sociali, economici e culturali che hanno attraversato il Novecento e continuano a caratterizzare il XXI secolo. In questo senso l’housing sociale può essere considerato un vero e proprio sismografo delle trasformazioni dell’abitare e, più in generale, delle trasformazioni della città. 

Ogni stagione della ricerca sull’abitazione collettiva ha infatti prodotto una specifica idea di società e una corrispondente idea di città. Attraverso l’housing sociale si sono misurate questioni fondamentali quali il rapporto tra individuo e collettività, tra spazio privato e spazio pubblico, tra densità e qualità dell’abitare, tra città e natura, tra permanenza e trasformazione. 

L’intera vicenda dell’edilizia residenziale sociale può essere letta come il progressivo tentativo di trovare un equilibrio tra queste polarità. 

 

Definizione di social housing 

La prima attestazione documentata del termine risale agli anni Ottanta, in Gran Bretagna dove il termine “social housing” entrò nell’uso colloquiale con il passaggio dal council housing alle housing association. È in questo contesto che viene identificato social housing come termine ombrello che descrive la funzione abitazione con finalità sociale indipendentemente da chi la gestisce. 

Nel 2005 il CECODHAS, oggi noto come Housing Europe, definisce l’housing sociale come «soluzioni abitative per quei nuclei familiari i cui bisogni non possono essere soddisfatti alle condizioni di mercato e per le quali esistono regole di assegnazione».

 

Lillington Garden, progetto di Roger Westmanand Darbourne & Darke - London, 1971

Il social housing nel Novecento: la città giardino e l’utopia antiurbana 

Le prime grandi esperienze del Novecento nascono come risposta alle condizioni della città industriale ottocentesca. Sovraffollamento, insalubrità, assenza di verde e degrado urbano alimentano una forte critica alla città compatta tradizionale e favoriscono l’emergere di modelli alternativi.
La Garden City di Ebenezer Howard rappresenta probabilmente la più influente tra queste visioni. L’idea di integrare abitazione e natura, distribuendo gli insediamenti all’interno di un sistema verde continuo, inaugura una tradizione destinata a influenzare profondamente tutta la cultura urbanistica del secolo successivo.
Esperienze come Hampstead Garden Suburb a Londra, progettata da Raymond Unwin e Barry Parker, testimoniano l’altissima qualità urbana raggiunta da questo approccio. La cura dello spazio pubblico, la presenza del verde, la scala controllata degli edifici e l’attenzione alla dimensione comunitaria rappresentano ancora oggi riferimenti importanti.

Analogamente, le ricerche sviluppate nella Germania della Repubblica di Weimar, comprese le esperienze coordinate da Hannes Meyer e dai protagonisti del Neues Bauen, introducono innovazioni decisive nella standardizzazione edilizia, nell’organizzazione funzionale degli alloggi e nell’accesso ai servizi.

Tuttavia, osservate in una prospettiva storica più ampia, queste esperienze contribuiscono anche alla costruzione di un paradigma insediativo che tende progressivamente ad allontanarsi dalla città compatta europea. La dispersione degli insediamenti, la separazione delle funzioni e la riduzione della densità costituiscono infatti i presupposti di quella suburbanizzazione che caratterizzerà gran parte dello sviluppo urbano del secondo dopoguerra.
La natura viene assunta come antidoto alla città, dando origine a quella che può essere definita la grande utopia antiurbana del Novecento. 

 

Il Movimento Moderno e la città funzionalista 

Questa tensione raggiunge il proprio punto culminante nelle teorie del Movimento Moderno e in particolare nella Ville Radieuse di Le Corbusier.
L’ambizione di costruire una città razionale, efficiente e igienica si traduce in una radicale separazione delle funzioni urbane e nella progressiva dissoluzione della strada e dell’isolato tradizionale. L’edificio viene concepito come oggetto autonomo immerso nel verde, mentre il suolo urbano perde progressivamente il proprio carattere di spazio collettivo strutturato. 

All’interno di questa visione, l’Unité d’Habitation rappresenta probabilmente il più straordinario e al tempo stesso il più emblematico esperimento di abitazione collettiva del Novecento. 

L’edificio non è soltanto una macchina per abitare, ma una vera infrastruttura sociale nella quale trovano posto servizi, commercio, attrezzature sportive e spazi collettivi. In esso convivono intuizioni ancora oggi straordinariamente attuali — la mixité funzionale, la presenza di servizi integrati, la dimensione comunitaria dell’abitare — e una concezione urbana che tende invece a sostituire la complessità della città con l’autosufficienza del grande organismo edilizio. 

Il dibattito contemporaneo non mette in discussione la qualità architettonica di queste esperienze, ma i loro effetti urbani. La perdita della continuità dello spazio pubblico, la frammentazione della città e la progressiva dipendenza dall’automobile costituiscono infatti alcune delle principali criticità ereditate dalla stagione funzionalista. 

 

Social Housing 1737, Progetto di Harquitectes - Gavà (Spain), 2022
© Adrià Goula

 

Il social housing contemporaneo: il ritorno della città 

La riflessione contemporanea sull’housing sociale può essere letta come un progressivo ritorno alla città. Dopo decenni nei quali l’attenzione si era concentrata prevalentemente sull’edificio e sull’alloggio, il progetto torna a interrogarsi sulla costruzione dell’urbanità. Densità, prossimità, accessibilità ai servizi, mix funzionale e qualità dello spazio pubblico ritornano al centro della ricerca. 

In questa prospettiva la lezione di Aldo Rossi conserva una particolare attualità. Non tanto come repertorio formale, quanto come riaffermazione della città quale costruzione collettiva, luogo di memoria e struttura permanente della vita civile. L’idea che la città debba essere composta da parti riconoscibili e dotate di significato si oppone alla frammentazione prodotta dalla zonizzazione funzionalista e riafferma la necessità di costruire luoghi capaci di generare appartenenza.
L’housing sociale contemporaneo non si propone quindi soltanto di costruire abitazioni, ma di produrre città.

 

Dalla casa al quartiere: servizi e infrastrutture sociali

Questa evoluzione comporta un cambiamento radicale di prospettiva. La qualità dell’abitare non viene più misurata esclusivamente all’interno dell’alloggio ma nella capacità dell’intervento di generare relazioni, servizi e spazi condivisi.
Alcune esperienze storiche avevano già anticipato questa impostazione. Tra queste il Karl-Marx-Hof di Vienna rappresenta uno dei riferimenti più significativi. Qui la residenza si integra con servizi culturali, attività commerciali, attrezzature sportive e spazi collettivi, costruendo una vera infrastruttura urbana e sociale.
Molte delle migliori esperienze contemporanee riprendono e aggiornano questa tradizione, riconoscendo che la qualità dell’abitare dipende tanto dalla casa quanto dall’ecosistema di servizi e relazioni che la circonda. 

 

Densità e urbanità 

Uno dei temi centrali della ricerca contemporanea riguarda il recupero della densità urbana.
Dopo una lunga stagione nella quale la bassa densità era stata associata alla qualità abitativa, numerosi progetti europei hanno dimostrato come densità e qualità possano convivere e rafforzarsi reciprocamente.
Emblematico è il recupero delle aree portuali di Amsterdam e in particolare il quartiere di Borneo-Sporenburg. Qui la trasformazione dei docks industriali produce una rilettura contemporanea della tradizione urbana olandese. 

L’elevata densità viene accompagnata da una straordinaria qualità dello spazio pubblico, da un forte rapporto con l’acqua e da una notevole individualizzazione delle abitazioni.
Il progetto dimostra come sia possibile costruire una città compatta senza rinunciare alla qualità dell’abitare, recuperando al tempo stesso alcuni caratteri della città storica europea. 

 

La trasformation de 530 logements, Progetto di Lacaton & Vassal, Drout, Hutin - Bordeaux, 2017
© Laurian Ghinitoiu


Lo spazio intermedio e l’estensione della casa
 

Parallelamente si sviluppa una seconda linea di ricerca che riguarda l’ampliamento dello spazio domestico.
La tradizione moderna aveva progressivamente compresso l’abitazione entro dimensioni minime, concentrando la ricerca sull’ottimizzazione funzionale degli spazi interni.
Le esperienze contemporanee lavorano invece sulla costruzione di spazi intermedi che estendono la casa oltre i suoi confini tradizionali.
In questo ambito la ricerca spagnola ha prodotto alcuni dei risultati più interessanti degli ultimi decenni. Le sperimentazioni sviluppate a Madrid e in particolare nel quartiere di Carabanchel, attraverso i progetti di Alejandro Zaera-Polo, FOA, Dosmasuno e di numerosi altri studi, trasformano la facciata in una vera infrastruttura abitativa.
Logge profonde, gallerie climatiche, involucri filtranti, serre e sistemi di schermatura ampliano l’abitazione e migliorano le prestazioni ambientali degli edifici.
La casa si estende verso l’esterno acquisendo nuove possibilità di utilizzo e nuove forme di appropriazione da parte degli abitanti. 

Una riflessione analoga emerge nel lavoro di Lacaton & Vassal. Gli interventi realizzati a Bordeaux dimostrano come l’aggiunta di serre e giardini d’inverno possa trasformare radicalmente la qualità dell’abitare senza demolire il patrimonio esistente.
La facciata diventa spazio abitato, luogo di mediazione tra interno ed esterno, ambiente flessibile capace di adattarsi alle stagioni e alle esigenze degli utenti. 

 

L’abitare collettivo contemporaneo 

Un ulteriore sviluppo della ricerca riguarda il tema dell’abitare collettivo.
Le sperimentazioni di MVRDV e di altri studi europei interpretano l’edificio residenziale come dispositivo sociale capace di produrre comunità e non semplicemente alloggi.
Spazi comuni, servizi condivisi, attrezzature collettive, luoghi di incontro e aree per il lavoro diventano parte integrante dell’esperienza abitativa.
L’edificio si configura sempre più come una piccola infrastruttura urbana nella quale il progetto architettonico organizza relazioni e opportunità di interazione. 

La ricerca contemporanea affronta infine le questioni ambientali e tecnologiche.
Le sperimentazioni nell’ambito delle costruzioni in legno, dei sistemi modulari e delle tecnologie industrializzate consentono di ridurre significativamente l’impronta di carbonio degli edifici e i consumi energetici lungo l’intero ciclo di vita. Ma il contributo di queste tecnologie non si limita agli aspetti ambientali.
Esse permettono infatti di immaginare abitazioni più flessibili, capaci di adattarsi ai cambiamenti delle strutture familiari e delle modalità di vita contemporanee. Lo spazio domestico non è più concepito come organismo rigido e definitivo, ma come struttura aperta a trasformazioni successive. 

 

Dall’alloggio minimo all’abitare aumentato 

Se esiste un filo conduttore che attraversa un secolo di ricerca sull’housing sociale, esso può essere individuato nel progressivo passaggio dall’alloggio minimo all’abitare aumentato.
Mentre il Movimento Moderno aveva concentrato la propria attenzione sull’efficienza e sulla razionalizzazione dello spazio domestico, la ricerca contemporanea tende ad ampliare il concetto stesso di abitazione.
La casa non coincide più con la sola unità residenziale, ma comprende spazi intermedi, servizi condivisi, attrezzature collettive, paesaggio, infrastrutture sociali e qualità dello spazio pubblico. 

L’housing sociale torna così ad assumere il ruolo che storicamente ha avuto nei suoi momenti più innovativi: non semplice risposta a un bisogno abitativo, ma strumento di costruzione della città e laboratorio privilegiato per immaginare nuove forme di convivenza urbana. 

 

Camillo Botticini
Architect | PhD | Director,  Architectural Concept Dept. DVA

 

Dettaglio di una macchina da scrivere Olivetti d’epoca, fotografata su sfondo bianco.

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