“L’innovazione è una mentalità”: dalla piattaforma Orbito al futuro della progettazione integrata
DVArea · 5 Dicembre 2025
Alessandro Vitale, Head of Innovation di DVArea, ci racconta come è nato il progetto vincitore del Bim&Digital Award 2025, in cosa consiste e quali problemi risolve. Un’occasione per approfondire temi cruciali come le strategie di innovazione aziendali e il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nel nostro settore.
DVArea si è recentemente aggiudicata il 1° premio ai BIM&Digital Awards 2025 nella categoria “Iniziativa BIM dell’anno” con il progetto Orbito. Abbiamo chiesto ad Alessandro Vitale, Head of Innovation, di raccontare come è nato il progetto, in cosa consiste e quali problemi risolve. L’intervista è stata l’occasione per affrontare altri temi cruciali come le strategie di innovazione di DVArea e il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale nel nostro settore.
Alessandro, oltre ad essere tra i co-founder della società ricopri anche il ruolo di Head of Innovation. Cosa significa innovazione per una società di progettazione integrata come DVArea?
Per DVArea, l’innovazione non è semplicemente adottare le ultime tecnologie. È una mentalità, un processo continuo che punta a migliorare radicalmente l’efficienza, la qualità e la sostenibilità dei nostri progetti; è la capacità di vedere nelle situazioni difficili occasioni per fare la differenza. Essendo una società di progettazione integrata, l’innovazione si manifesta nell’ottimizzazione del processo end-to-end dalla fase concettuale alla gestione del cantiere e oltre, nel ciclo di vita dell’asset. Significa provare a superare la frammentazione della filiera e talvolta ampliarla per creare flussi di lavoro fluidi e data-driven, integrare discipline diverse e offrire ai nostri clienti soluzioni che rispettino i requisiti tecnici e che creino valore aggiunto misurabile.
Come si costruisce e si mantiene viva una cultura dell’innovazione in un settore ancora fortemente legato a processi tradizionali?
Devo ammettere che in un settore tradizionalmente conservativo è sfidante, la resistenza al cambiamento è alta. Noi lavoriamo su tre pilastri: formazione, sperimentazione e riconoscimento. Investiamo nella formazione per garantire che tutti, dai professionisti più esperti ai neolaureati, comprendano il perché del cambiamento e come le nuove metodologie li rendano più efficaci. Secondo, incoraggiamo la sperimentazione controllata. Assegniamo piccoli budget e tempo dedicato (il nostro “Innovation Sandbox”) affinché i team possano testare nuove idee direttamente sui progetti senza la paura di fallire. L’insuccesso è visto come un dato di apprendimento. Terzo, il riconoscimento. Seppure nella quotidianità può risultare difficile, cerchiamo di celebrare i successi innovativi, per dimostrare che le nuove idee sono apprezzate e che fanno parte del nostro DNA. L’innovazione deve essere una responsabilità di tutti, non solo del dipartimento di cui coordino le attività.

Quali competenze ritieni indispensabili per anticipare le trasformazioni del nostro settore?
Oltre alle classiche competenze tecniche di ingegneria e architettura, oggi sono cruciali tre aree:
Data science e software development: in una realtà sempre più connessa e digitalizzata è fondamentale la capacità di raccogliere, interpretare e utilizzare i dati derivati dai modelli di calcolo e simulazione o provenienti dai sensori presenti dalla realtà stessa che ci circonda per prendere decisioni informate e prevedere i risultati.
Competenze digitali avanzate (Digital Twin e BIM e Information management): non basta usare il software, bisogna capirne il potenziale di integrazione e l’interoperabilità tra le piattaforme.
Capacità di collaborazione transdisciplinare e pensiero critico: con l’integrazione i team sono sempre più multidisciplinari. La capacità di comunicare efficacemente, di risolvere problemi in modo creativo e di essere aperti a prospettive diverse è fondamentale per far funzionare l’innovazione di processo. L’innovatore di oggi deve essere un problem solver interdisciplinare (e anche un po’ un mediatore culturale).
Ricerca e sviluppo sono il motore dell’innovazione. DVArea ha un approccio strutturato all’R&D o l’innovazione nasce più spontaneamente dai progetti? Come viene scelto su quali tecnologie o metodologie investire?
Il nostro approccio è ibrido. Non possiamo permetterci di attendere che l’innovazione “accada”. Abbiamo un piano di R&D formale, focalizzato su macro-aree strategiche, come la simulazione di performance, la concezione di edifici cognitivi e l’AI generativa. Tuttavia, riconosciamo che le sfide più interessanti e le idee più brillanti emergono spontaneamente dai progetti. Un problema tecnico complesso in un progetto, ad esempio, può diventare il catalizzatore di una nuova metodologia.
Per decidere dove investire, utilizziamo un sistema di “Innovation Scoring” basato su impatto potenziale (quanto può migliorare la qualità o ridurre i costi/tempi), allineamento valoriale e strategico (quanto è in linea con i nostri valori o supporta la nostra visione aziendale a lungo termine) e scalabilità (quanto è applicabile ad altri progetti e settori).
Solo i progetti che superano una soglia minima vengono finanziati con risorse dedicate, garantendo un equilibrio tra esplorazione a lungo termine e soluzioni immediate alle esigenze del mercato.
Abbiamo da poco ricevuto il primo premio ai BIM&Digital Awards 2025 nella categoria Iniziativa BIM dell’anno con il progetto Orbito. Ci racconti come nasce questo progetto, in cosa consiste e quali problemi concreti risolve?
Orbito nasce da una criticità molto comune: la difficoltà di gestire e consultare le informazioni di un’opera in fase di realizzazione in modo semplice e immediato durante la direzione dei lavori. Spesso gli elaborati sono numerosi, utilizzano una naming convention efficace ma poco parlante e vengono organizzati nel classico sistema gerarchico a cartelle che poco si sposa con la logica spaziale di un sito costruttivo. Rintracciare in cantiere il documento utile allo scopo richiede quindi tempo. Moltiplicando questo tempo per tutti gli ispettori di cantiere e le direzioni operative, si ottiene un’attività incredibilmente dispendiosa in termini di tempo.
Orbito è la nostra piattaforma interna, sviluppata in house per supportare la nostra Direzione Lavori, che funge da ”Digital Project Hub”. Consente di federare dati da diverse fonti (modelli BIM, documenti, report di cantiere, schedule) in un unico ambiente web-based e di gestire l’intero ciclo di vita approvativo dei documenti trasmessi dall’esecutore alla direzione lavori.
Questo software consente di navigare il modello 3D direttamente dal browser e, selezionata una posizione nel progetto o un oggetto specifico, permette di accedere agli elaborati in ordine di pertinenza rispetto alla selezione attiva. Risultato? Tempi di ricerca dei documenti significativamente ridotti e tempo prezioso ricavato da dedicare ad attività che richiedono davvero attenzione e professionalità.

Parlando di innovazione non possiamo non nominare il grande trend del momento, l’intelligenza artificiale. Internamente è stato creato un team dedicato che ha il compito di guidare l’adozione dell’intelligenza artificiale in DVArea in modo concreto ed efficace. Come vi state muovendo? Quali strumenti AI state integrando nei flussi di lavoro e quali prevedi diventeranno indispensabili nei prossimi anni?
L’AI non è un gadget e può innescare una rivoluzione della produttività. Il nostro team AI si muove su tre direzioni: efficienza operativa , strutturazione accessibilità e preservazione della conoscenza aziendale, AI per la progettazione. Lato efficienza operativa, stiamo integrando strumenti AI per:
- Analisi documentale in cui utilizziamo LLM (Large Language Models) per sintetizzare, interrogare e classificare rapidamente specifiche tecniche, capitolati, norme, velocizzando l’analisi della due diligence.
- Generazione di codice: L’AI ci assiste nella creazione di script e routine di automazione per le piattaforme BIM e non solo.
- Supporto e produzione di contenuti specifici attraverso sviluppo di agenti AI specializzati
In merito alla conoscenza aziendale, puntiamo ad ottenere una knowledge base incrementale e condivisa, protetta ed accessibile, che permetta alla società di essere espressione della capacità tecnica dei professionisti che prendono parte ai progetti e ad ogni professionista di aver accesso alla conoscenza in quanto parte del progetto DVArea.
Nei prossimi anni, mi aspetto che diventino indispensabili gli strumenti di AI predittiva per la gestione del rischio di progetto, capaci di analizzare dati storici (ritardi, costi in eccesso) per avvisare proattivamente i team sulle potenziali criticità in base alla fase di sviluppo, al tipo di incarico e perché no, al committente. Infine, in merito all’utilizzo dell’AI per la progettazione direi che è troppo presto per parlarne.
Vedi rischi o criticità nell’adozione dell’AI nel mondo della progettazione integrata?
Assolutamente. I rischi principali che vedo sono legati a bias, dati e responsabilità.
In merito al primo tema, esiste il rischio di addestrare l’AI su dati storici non bilanciati; ciò porterebbe a replicazione e amplificazione di soluzioni sub-ottimali o non inclusive, e una pericolosa standardizzazione del design a scapito della creatività e dell’innovazione reale. In secondo luogo dobbiamo essere consapevoli del fatto che l’AI è valida quanto i dati che riceve. Dobbiamo preferire la massima qualità e la selezione dei dati inseriti, rispetto a modelli di intelligenza generalisti e addestrati su fonti poco chiare. Inoltre, la questione della proprietà intellettuale e della sicurezza dei dati di progetto è cruciale.
Infine, esiste la questione della “Black Box” della responsabilità: se un algoritmo di AI commette un errore che porta a un danno chi è responsabile? Il progettista che ha accettato il suggerimento? Lo sviluppatore dell’AI? Lo sviluppatore del tool di settore che ha adottato un dato modello di AI? Dobbiamo stabilire chiare linee guida etiche e legali per l’uso dell’AI, assicurandoci che il giudizio finale e la responsabilità rimangano sempre in capo al professionista umano.
Guardando ai prossimi 5 anni, quale trasformazione prevedi avrà l’impatto più significativo sul modo in cui progettiamo e costruiamo?
Mi piace pensare che nei prossimi 5/10 anni l’impatto più significativo non sarà dovuto ad una singola tecnologia, ma alla convergenza tra l’AI predittiva applicata alla progettazione preliminare basata su un approccio Life-Cycle Thinking (LCT) e l’ingegnerizzazione per la produzione e l’assemblaggio (DfMA – Design for Manufacturing and Assembly) abilitata dal Digital Twin.
L’approccio LCT impone ai progettisti di considerare l’intero ciclo di vita dell’asset, dalla culla alla tomba o potenzialmente alla riciclabilità (Cradle-to-Cradle), fin dalle prime fasi concettuali. L’AI ha il potenziale di agire come un catalizzatore di processo: alimentata dai dati storici dei progetti (costi, tempi, performance, degrado), può simulare centinaia di scenari di progettazione, suggerendo soluzioni che non sono solo efficienti in fase di costruzione, ma anche le più economiche e sostenibili in fase di gestione e smantellamento. L’AI porterà la progettazione a un livello di ottimizzazione “zero-loss”.
Questa ottimizzazione, però, raggiungerà il suo massimo potenziale solo se combinata con il DfMA, che trasformerà il cantiere in una estensione della fabbrica in cui sono stati prodotti e pre-assemblati i componenti. La progettazione ottimizzata per il ciclo di vita e coadiuvata dall’AI verrà tradotta direttamente in istruzioni per la Manifattura Digitale Offsite e il DfMA produrrà componenti con precisione industriale e zero scarti, garantendo che l’efficienza teorica del design LCT si concretizzi nella realtà fisica.
L’AI abiliterà l’ottimizzazione di design e logistica, mentre il DfMA garantirà che i componenti prefabbricati vengano prodotti in modo efficiente e assemblati in sito con minimi scarti e massima velocità.
Un tale scenario presuppone l’avvicinamento strategico tra la raffinata capacità tecnico-progettuale degli studi di ingegneria e architettura e la digitalizzazione dell’industria manifatturiera offsite (DfMA – Design for Manufacturing and Assembly). Questa sinergia impone un cambio di paradigma dove la progettazione non si limita a definire l’opera, ma è intrinsecamente ottimizzata per la produzione industriale. I modelli informativi avanzati (BIM e Digital Twin) permettono agli studi di ingegneria non solo di generare geometrie complesse, bensì di parametrizzare l’edificio in componenti modulari e prefabbricabili, ottimizzati per la catena di montaggio e la robotica. L’industria della fabbricazione offsite, a sua volta, fornisce un feedback continuo ai progettisti su limiti, tolleranze, costi dei materiali ed efficienza produttiva, chiudendo il ciclo di innovazione.
L’industrializzazione del settore delle costruzioni sarà la vera e profonda trasformazione che cambierà per sempre il modo in cui pensiamo e realizziamo un progetto. Resta da capire se la filiera sia disposta a cambiare. In fondo, come la storia ci ha più volte insegnato, non è un problema di tecnologia, bensì di maturità culturale.
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