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Tutto quello che devi sapere sui rifugi climatici

DVArea · 7 Settembre 2026

Le ondate di calore stanno diventando sempre più frequenti e intense, mettendo a dura prova la salute delle persone. Negli ultimi anni stiamo registrando temperature  più elevate, con numerose città che hanno raggiunto livelli di rischio per tutta la popolazione, confermando come il caldo estremo non rappresenti più un evento eccezionale ma una nuova sfida con cui convivere.
Questo è effetto del cambiamento climatico, in particolare della crescente tropicalizzazione del clima padano, con ondate di calore più lunghe, notti tropicali persistenti e uno spostamento dell’anticiclone subtropicale sulle regioni settentrionali.

Il cambiamento climatico non può essere negato ed è evidente che le ondate di calore, che fino a pochi anni fa erano percepite come un evento eccezionale, rappresentano oggi una drammatica normalità climatica, con conseguenze che vanno ben oltre il discomfort ambientale e investono la salute pubblica, l’equità sociale e la resilienza delle città.  

Con la campagna “Che Caldo Che Fa”  sull’impatto del caldo nelle aree urbane, Legambiente ha mappato con 171 termografie scattate in 10 quartieri di Roma, Napoli, Bologna, Milano e Palermo una temperatura ambientale media di 35,4°C sulle superfici con picchi di 75,5°C: tra le superfici più critiche esposte al sole, l’asfalto raggiunge una media di 52°C con temperature di picco di 62,7°C e la pavimentazione gommata arriva a 66°C di media con picchi di 75,6°C.  

Asfalto, cemento, tetti e facciate assorbono l’energia solare durante il giorno e la rilasciano lentamente durante la notte. La scarsa ventilazione, il traffico, gli impianti di climatizzazione e la mancanza di vegetazione aggiungono altro calore. Il risultato è che le aree urbane possono essere mediamente di 4-6° C più calde rispetto alle zone suburbane e rurali circostanti, con situazioni che possono arrivare ad una differenza di 10° C. Il divario è particolarmente evidente nelle ore notturne, quando il cemento continua a restituire il calore accumulato e impedisce alle temperature di scendere.
I dati confermano un’evidenza: i materiali presenti nelle città si scaldano eccessivamente e vanno sostituiti od ombreggiati per evitare un effetto isola di calore urbana insostenibile.
La soluzione di lungo periodo è il verde urbano: secondo SNPA e ISPRA, nei quartieri dove la copertura arborea supera il 50% le temperature sono fino a 2,2 gradi più basse. Ma costruire infrastrutture verdi richiede anni e risorse ingenti.
Nel frattempo, servono risposte immediate. È in questo contesto che si inseriscono i rifugi climatici: una misura urgente di protezione per chi è più esposto. 

 

Che cosa è l’isola di calore urbana?

L’isola di calore urbana è l’aumento locale della temperatura dell’aria e delle superfici nelle città rispetto ai contesti rurali, causato da:  

  • bilancio energetico superficiale. Le superfici urbane aumentano i flussi di calore calore immagazzinato, mentre diminuisce il flusso di calore latente legato all’evapotraspirazione. Questo porta a un accumulo termico che viene rilasciato nelle ore notturne, mantenendo le temperature elevate.  
  • materiali artificiali ad alta capacità termica. Asfalto, cemento e mattoni assorbono molta radiazione solare e la rilasciano lentamente, impedendo il raffrescamento notturno.  
  • ridotta vegetazione e permeabilità. La mancanza di verde riduce l’evapotraspirazione, che nei contesti naturali sottrae calore all’ambiente.  
  • morfologia urbana (canyon urbano). Edifici alti e strade strette intrappolano il calore e ostacolano la ventilazione naturale.  
  • calore antropogenico. Traffico, condizionamento, attività industriali e riscaldamento contribuiscono ad aumentare ulteriormente la temperatura. 

Con il cambiamento climatico che determina temperature dell’aria estive crescenti, l’effetto isola di calore urbano presente nelle città e le dinamiche socioeconomiche, che impediscono a una quota crescente di popolazione di potersi allontanarsi dalle città durante i picchi di caldo è necessario sviluppare soluzioni urbane di adattamento al cambiamento climatico. 

Dal 2016 a Medellín, seconda città della Colombia, per l’isola di calore urbana, il programma dei “Corredores Verdes”, ha creato una rete di trenta corridoi composti da alberi, arbusti, giardini verticali e aree rinaturalizzate: nelle zone interessate gli interventi hanno contribuito a ridurre le temperature di almeno 2° C. 

 

Giardino botanico “la Montagnola” Uno dei rifugi climatici della città di Brescia
Giardino botanico “la Montagnola”, uno dei rifugi climatici della città di Brescia



Cosa sono i rifugi climatici?

I rifugi climatici rappresentano la soluzione urbana di adattamento ai cambiamenti climatici per proteggersi in città dalle ondate di caldo estive: sono spazi pubblici, già esistenti, al chiuso o all’aperto, ad accesso libero e gratuito.  

Sebbene il concetto di rifugio climatico possa includere la protezione da condizioni termiche estreme in entrambe le direzioni – caldo e freddo, nel contesto italiano la funzione prevalente riguarda la mitigazione del caldo estremo. Le ondate di calore costituiscono infatti il principale driver di rischio climatico urbano in Italia. Di conseguenza, la progettazione dei rifugi climatici si concentra prioritariamente sul comfort termico estivo e sulla riduzione dell’esposizione al calore.
Un rifugio climatico è un luogo pubblico già esistente come una biblioteca, un parco, un museo, un centro civico, individuato, mappato e reso riconoscibile come punto in cui trovare sollievo dal caldo, senza perdere la sua funzione originaria. Spesso combina ombra, acqua potabile gratuita, ventilazione e, idealmente, deve essere ad una distanza raggiungibile a piedi in pochi minuti dalle abitazioni. 

L’obiettivo principale è massimizzare il comfort termico durante le ondate di calore senza dimenticare la funzione aggregativa che lo spazio pubblico deve continuare ad avere. 

 

Quando si inizia a parlare di rifugi climatici?

Il termine “rifugi climatici” riferito a luoghi urbani di protezione dal caldo appare per la prima volta in Italia nel 2021, in un articolo del Corriere della Sera su Torino.
Il termine in Italia è molto recente, ma è bene non dimenticare che fin dalla nascita delle città, gli spazi pubblici sono stati progettati per favorire l’aggregazione sociale e garantire condizioni di comfort, proteggendo da pioggia, vento e altri eventi atmosferici.
Con i rifugi climatici si attribuisce ad alcuni spazi pubblici questa nuova funzione di protezione dalle ondate di calore: sono spazi pubblici che devono conservare la loro identità e il loro valore sociale, culturale e ricreativo, integrando al contempo soluzioni progettuali capaci di offrire comfort termico durante le ondate di calore estreme. In quest’ottica si configurano come spazi pubblici resilienti che forniscono soluzioni di adattamento ai cambiamenti climatici, essenziali per le città esposte alla crescente tropicalizzazione del clima. 

La prima grande città europea a dotarsi di una rete strutturata di rifugi climatici è stata Barcellona, che dal 2019 ha censito e reso disponibili oltre 400 luoghi tra biblioteche, centri civici, scuole e aree verdi, destinati in particolare alle persone più vulnerabili. 
Negli anni successivi il modello è stato adottato anche da altre metropoli europee, tra cui Parigi, che ne ha ampliato la diffusione in vista delle Olimpiadi del 2024.
In Italia, Bologna e Firenze hanno avviato nel 2025 programmi di mappatura e segnalazione dei punti di ristoro climatico e tale esempio è stato poi seguito da molti altri Comuni italiani. 

È bene ricordare che se il termine rifugi climatici è recente, da diversi anni il dibattito sul cambiamento climatico è attivo e sono in corso progetti per contrastare l’isola di calore urbana:  

  • nel 2001 nell’articolo scientifico “Cool Surfaces and Shade Trees to Reduce Energy Use and Improve Air Quality in Urban Areas” spiega come gli alberi riducano l’intensità dell’isola di calore urbana, abbassando la domanda energetica e migliorando la qualità dell’aria; 
  • dal 2010, il progetto GAIA, progetto europeo finanziato dal Fondo LIFE+, coordinato dalla città di Bologna, ha creato partnership pubblico-privato per la realizzazione di aree verdi urbane;  
  • dal 2017 in tutti gli Appalti pubblici, con l’applicazione dei Criteri Ambientali Minimi è obbligatorio realizzare edifici pubblici progettati per contrastare l’effetto isola di calore urbana. 

 

Quali sono le caratteristiche di un rifugio climatico 

La progettazione di un rifugio climatico all’aperto si basa sull’abbattimento della temperatura percepita tramite la combinazione di soluzioni basate sulla natura (Nature-Based Solutions)  

 1. Vegetazione e Selezione Botanica 

  • Alberature: piantare alberi a foglia larga e chioma densa per intercettare fino al 90% della radiazione solare diretta.
  • Specie a ridotte esigenze idriche: scegliere piante resistenti alla siccità e al calore per ridurre la necessità di irrigazione artificiale. 
  • Evapotraspirazione: integrare arbusti e prati che rilasciano umidità, capaci di abbassare la temperatura circostante anche di 2-4 °C. 
  • Pareti e tetti verdi: coprire le superfici verticali adiacenti per bloccare il calore radiante dei muri in cemento. 

2. Infrastrutture Blu (Gestione dell’Acqua)

  • Punti acqua: installare fontanelle pubbliche potabili ad altezza accessibile a tutti, inclusi bambini e animali domestici. 
  • Sistemi di nebulizzazione: inserire irrigatori a nebbia fredda attivabili a pulsante nelle aree di sosta principali. 
  • Specchi d’acqua: progettare superfici artificiali o bio-piscine per favorire il raffrescamento evaporativo naturale dell’aria. 

 3. Materiali e Albedo (Pavimentazioni) 

  • superfici drenanti: utilizzare pavimentazioni permeabili, terra battuta o prato carrabile che trattengono l’umidità del suolo. 
  • materiali “cool”: scegliere materiali per pavimenti e arredi con un alto Indice di Riflettanza Solare (SRI). 
  • No ad asfalto e cemento: evitare superfici scure che accumulano calore durante il giorno e lo rilasciano la notte.

 4. Ombreggiamento e Arredo Urbano 

  • Tende e pergolati: Installare vele solari o strutture rampicanti artificiali nei punti privi di alberi maturi. 
  • Sedute termicamente neutre: Utilizzare panchine in legno o pietra chiara all’ombra, evitando metallo o plastica scura. 
  • Orientamento dei flussi: Disporre gli arredi seguendo i corridoi di ventilazione naturale della città per favorire il passaggio del vento.
Mappa dell’ESA che mostra il calore accumulatodal suolo europeo visto dallo spazio
© ESA/Copernicus – Mappa dell’ESA che mostra il calore accumulato dal suolo europeo visto dallo spazio

 

Rifugi climatici in Italia: la mappa nelle città italiane 

Diverse città italiane hanno iniziato a dotarsi di mappe che consentono a cittadini e turisti di conoscere dove sono posizionati questi luoghi di riparo. 
Di seguito riportiamo un elenco delle città che ad oggi hanno realizzato una mappatura dei propri rifugi climatici:  

 

Rifugi climatici a Brescia

Il Comune di Brescia sta costruendo una politica climatica, fondata su una visione di lungo periodo: trasformare la città in un sistema urbano resiliente, ombreggiato, permeabile e inclusivo, dove i rifugi climatici diventino infrastrutture di adattamento al cambiamento climatico e benessere. 

L’Azione 6 del Piano Aria Clima (PAC) è la prima misura comunale che istituzionalizza il concetto di rifugio climatico e lo trasforma in una rete territoriale programmata, con obiettivi misurabili, criteri tecnici e una logica di accessibilità urbana: 

Finalità dell’Azione 6: garantire ombra, comfort e sicurezza negli spostamenti urbani. L’azione nasce da un problema chiave: le ondate di calore rendono difficoltosi e rischiosi gli spostamenti quotidiani, soprattutto per anziani, bambini e persone fragili. Per questo il PAC introduce il concetto di “muoversi nell’ombra”, cioè:  

  • spostarsi a piedi o in bici lungo percorsi ombreggiati, 
  • avere accesso a punti di ristoro climatico, 
  • trovare luoghi freschi e sicuri durante le giornate più calde. 

Formalizzazione della rete dei rifugi climatici. L’Azione 6 non si limita a definire i rifugi climatici: li organizza in una rete territoriale, con criteri di: 

  • densità,
  • distribuzione, 
  • accessibilità, 
  • connessione con la mobilità dolce, 
  • funzione sociale e sanitaria. 

La rete è pensata come una infrastruttura urbana di adattamento, non come una somma di luoghi isolati. 

Obiettivo operativo: un rifugio climatico entro 5 minuti a piedi. Significa: 

  • distanza massima: 300–400 metri, 
  • copertura territoriale capillare, 
  • priorità ai quartieri più vulnerabili, 
  • integrazione con percorsi pedonali e ciclabili ombreggiati. 

Mappatura dei rifugi climatici esistenti e potenziali. Il PAC prevede: 

  • una mappa ufficiale dei rifugi climatici esistenti, 
  • copertura territoriale capillare, 
  • priorità ai quartieri più vulnerabili, 
  • integrazione con percorsi pedonali e ciclabili ombreggiati. 

Interventi previsti dall’Azione 6:

  • interventi fisici: nuove alberature e ombreggiamenti, pergolati, vele, tettoie verdi, depavimentazione e aumento della permeabilità, fontane, nebulizzatori, punti acqua, rain garden e infrastrutture blu. 
  • interventi sociali: apertura estiva di spazi pubblici climatizzati, coinvolgimento di scuole, parrocchie, centri civici, comunicazione e segnaletica dedicata. 
  • interventi di mobilità: percorsi pedonali ombreggiati, connessioni tra rifugi climatici, micro-aree di sosta fresca lungo le direttrici di quartiere.  

 

Condizionatori per il raffrescamento degli edifici

 

Cooling Poverty: le disuguaglianze sociali nell’era del caldo estremo 

Il caldo è un moltiplicatore delle vulnerabilità sociali: aumenta l’isolamento, accentua la povertà energetica, riduce l’accessibilità agli spazi pubblici e ai servizi, compromette il benessere psicofisico e limita la capacità delle persone di svolgere le normali attività quotidiane. 

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), tra il 2000 e il 2019 il caldo estremo è stato responsabile di circa 489.000 decessi ogni anno nel mondo, mentre la mortalità correlata al calore nelle persone con più di 65 anni è aumentata di circa l’85% tra il periodo 2000–2004 e il 2017–2021. Gli impatti interessano in modo particolare le persone anziane, i bambini, i soggetti affetti da patologie cardiovascolari, respiratorie, metaboliche o psichiatriche.  Gli anziani rappresentano la popolazione più vulnerabile agli effetti delle ondate di calore per i quali il rischio non dipende esclusivamente dall’età o dalla presenza di patologie croniche, ma anche dalla qualità dell’ambiente in cui vivono: abitazioni prive di adeguato raffrescamento, assenza di spazi verdi o ombreggiati raggiungibili a piedi, ridotta mobilità e isolamento sociale aumentano significativamente l’esposizione agli effetti del caldo estremo e la probabilità di eventi avversi per la salute. Un’altra fascia della popolazione a rischio è, e saranno sempre di più, i bambini: Unicef dichiara che tutti i bambini in Europa ad Asia centrale saranno esposti a ondate di calore più frequenti entro il 2050 (4,5 ondate o più per anno); l’81% sarà esposto a ondate di lunga durata (4,7 giorni o più) mentre il 28% a ondate di forte intensità (2 gradi o più rispetto alla media locale).  

Questi dati risultano ancora più rilevanti se pensiamo che gli effetti delle ondate di calore non si distribuiscono uniformemente nella popolazione. L’esposizione e la capacità di adattamento sono, infatti, fortemente influenzate da determinanti socioeconomici quali reddito, qualità dell’abitazione, tipologia di occupazione e quartiere di residenza. Si parla infatti sempre più spesso del fenomeno della cooling poverty che descrivere l’impossibilità, per una parte crescente della popolazione, di mantenere condizioni termiche adeguate all’interno delle abitazioni e di accedere a spazi pubblici raffrescati. Il clima, dunque, diventa uno elemento che amplifica le disuguaglianze già esistenti.   

Nei quartieri caratterizzati da minore disponibilità economica, la ridotta presenza di verde urbano, l’elevata impermeabilizzazione del suolo e la limitata accessibilità a sistemi di climatizzazione determinano esposizioni significativamente maggiori rispetto ai quartieri più benestanti, trasformando il calore in un ulteriore fattore di esclusione sociale. Questo dato viene confermato dal nuovo documento “Heatwaves and the social impact of climate risks“ del CMCC nel quale viene messo in luce come il riscaldamento urbano sia una questione di giustizia sociale ed economica. A livello globale, il possesso di un condizionatore aumenta i consumi elettrici del  36%, ma in Africa questo impatto arriva al 68%, mentre in Italia è attorno al 10%. Le famiglie a basso reddito possono spendere fino all’8% del proprio budget per rinfrescarsi, contro lo 0,2–2,5% di quelle benestanti. 

Un altro dato che chiede di essere osservato è quello relativo al benessere e alla sicurezza di alcune categorie di lavoratori. A livello globale oltre 2,4 miliardi di lavoratori sono esposti ogni anno a condizioni di calore eccessivo e i comparti dell’agricoltura e delle costruzioni risultano tra quelli maggiormente vulnerabili, con effetti documentati sulla produttività, sull’aumento degli infortuni e sul rischio di patologie da stress termico. Nello specifico temperature più elevate per periodi di tempo più lunghi possono anche aumentare il rischio di lesioni dovute ad affaticamento, mancanza di concentrazione, scarsa capacità decisionale e altri fattori. Le proiezioni indicano, inoltre, che in uno scenario di riscaldamento globale di 3 °C, la disponibilità di lavoro potrebbe ridursi fino al 24,8% nei settori maggiormente esposti al calore, con conseguenze economiche rilevanti anche per l’Europa: la perdita stimata di lavoro è pari all’1% entro il 2100, con effetti economici che potrebbero ridurre il PIL dell’UE di mezzo punto già entro il 2050. Non solo, da un recente studio condotto dal CNR emerge come anche la salute delle imprese è colpita dal caldo estremo. A tal proposito Del Monte afferma che sul piano pratico, le temperature elevate possono contribuire all’uscita di un’impresa dal mercato attraverso diversi canali, quali riduzione della produttività, aumento dei costi energetici e organizzativi, interruzioni dell’attività, minore affluenza dei clienti o salute dei dipendenti.   

Le temperature estreme assumono dunque una rilevanza sistemica, connotandosi come una trasformazione ambientale che determina dinamiche complesse. 

Le ondate di calore sono da intendersi, quindi, come un’emergenza climatica, sanitaria e sociale e pongono ai professionisti del costruito una questione relativa, anche e soprattutto, all’equità urbana: isole di calore e possibilità di trovare luoghi freschi e ombreggiati sono in stretta relazione e l’esito di decenni di scelte urbanistiche e costruttive. La configurazione dello spazio urbano, l’impiego dei materiali, la riduzione delle superfici permeabili e della copertura vegetale, insieme alla distribuzione dei servizi e degli spazi ombreggiati, influenzano direttamente il microclima urbano e il livello di esposizione della popolazione. La progettazione delle città diventa quindi uno dei principali strumenti per mitigare il rischio climatico e garantire maggiore equità nell’accesso a condizioni di comfort e salute. 

L’analisi condotta evidenzia che la progettazione dei rifugi climatici in una città deve essere parte di una visione e programmazione ad ampio spettro sulla resilienza e sull’adattamento al cambiamento climatico. Le strategie vincenti sono sintetizzabili in:   

1) elaborazione di una Strategia di Adattamento al Cambiamento Climatico e quindi di un Piano, integrato con strumenti fondamentali come il PUC, il PAESC e il Piano per il verde. In particolare occorre prevedere infrastrutture verdi e blu all’interno del tessuto urbano, come alberature, tetti e pareti verdi, parchi, giardini e fasce di vegetazione, in combinazione con infrastrutture naturali o seminaturali; 
2) integrare la sostenibilità ambientale con quella urbanistica (PGT) e con Regolamenti Edilizi che diano chiare indicazioni per l’adattamento ai cambiamenti climatici ripensando, ad esempio, la tipologia di materiali utilizzati negli spazi pubblici perché restituisca permeabilità al suolo e risponde meglio all’irradiamento solare nelle giornate più calde; 
3) analisi dello stato di fatto di ogni quartiere per poter individuare i “rifugi climatici”: è necessario avere dati di mappatura delle isole di calore da confrontare con dati e studi sulla carenza di servizi e degli indicatori socioeconomici dei quartieri, paragone che consente di identificare con precisione le aree urbane più vulnerabili da ogni punto di vista e pianificare interventi mirati a partire da questi quartieri.
4) politiche di adattamento climatico sviluppate con un approccio transdisciplinare.  

 

Riferimenti normativi europei 

Il tema dei rifugi climatici urbani è individuabile in diversi atti dell’Unione europea:  

  • Il Regolamento (UE) 2024/1991, relativo al ripristino della natura, introduce obblighi vincolanti per gli ecosistemi urbani, stabilendo che entro il 2030 non vi debba essere una perdita netta di spazi verdi e copertura arborea, con un incremento progressivo negli anni successivi;  
  • La Comunicazione della Commissione COM(2021) 82 – “EU Strategy on Adaptation to Climate Change” riconosce i climate shelters come infrastrutture di adattamento urbano e promuove soluzioni basate sulla natura per la riduzione delle isole di calore;  
  • La Comunicazione della Commissione COM(2020) 380 – “EU Biodiversity Strategy for 2030” richiede l’aumento del verde urbano e la creazione di corridoi ecologici;  
  • Il Regolamento (UE) 2020/852 che istituisce un quadro per la tassonomia delle attività ecosostenibili individua l’adattamento ai cambiamenti climatici fra i sei obiettivi della sostenibilità ambientale;  
  • Il Regolamento (UE) 2018/1999 sulla governance dell’Unione dell’energia e dell’azione per il clima impone agli Stati membri di integrare misure di adattamento climatico nei Piani nazionali energia e clima. 

Nel loro insieme, tali atti costruiscono il quadro normativo che rende i rifugi climatici una misura strutturale di adattamento urbano, fondata su reti verdi diffuse, microclimi favorevoli e protezione delle popolazioni vulnerabili 

 

Elisa Brolli
Engineer | LEED AP | Environmental Sustainability Dept. ODUElab

 

Sitografia
https://climate-adapt.eea.europa.eu/it
https://www.salute.gov.it/new/it/tema/ondate-di-calore/bollettini-sulle-ondate-di-calore-0
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https://science.nasa.gov/earth/earth-observatory/running-through-paris-heat-153178/
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https://www.secondowelfare.it/primo-welfare/caldo-questione-sociale/ 
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https://www.lavoro.gov.it/stampa-e-media/comunicati/vademecum-rischi-calore 
https://www.cnr.it/it/comunicato-stampa/14544/il-caldo-estremo-colpisce-anche-le-imprese 
https://storagehub.homnya.net/cmsimage/2026/07/lg-caldo-inquinamento-agg-2026_0.pdf 
https://www.salute.gov.it/new/it/tema/ondate-di-calore/bollettini-sulle-ondate-di-calore-0/?tema=Ondate+di+calore 
https://www.unicef.org/eca/media/30076/file/Beat%20the%20Heat%20Report.pdf 

 

Dettaglio di una macchina da scrivere Olivetti d’epoca, fotografata su sfondo bianco.

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