Il benessere come parametro progettuale
DVArea · 19 Maggio 2026
Marta Olivieri è ingegnere, Partner and Chief Sustainability Officer DVArea e Director, ODUElab il dipartimento che si occupa della ricerca e sviluppo di soluzioni rigenerative a supporto del benessere delle persone e dell’equilibrio con l’ambiente naturale e costruito circostante. In questa intervista abbiamo parlato di sostenibilità ambientale, sociale ed economica, di come si integra all’interno di un progetto e di come è possibile misurarla.
Marta, il tuo percorso è tutt’altro che lineare e questo lo rende estremamente interessante. Ci racconti qualcosa di te?
Il mio percorso nasce dall’idea di fare architettura, ma si è strutturato fin da subito in modo un po’ diverso: ho scelto ingegneria edile-architettura. Come ama dire il nostro CEO, Armando Casella, sono un “ibridotto”. E in effetti questa dimensione ibrida mi ha sempre rappresentata.
Sono entrata in DVArea occupandomi di ricerca e sviluppo, ma negli anni ho ricoperto anche il ruolo di Design Coordinator e di Project Manager, seguendo direttamente progetti, team e cantieri. È stata un’esperienza fondamentale perché mi ha permesso di capire davvero come le idee si trasformano in realtà, tra complessità, vincoli e responsabilità concrete.
Allo stesso tempo, però, ho sempre avuto bisogno di spaziare. Sono una persona che difficilmente riuscirebbe a fare la stessa cosa a lungo: ho bisogno di esplorare, mettere in discussione, cambiare punto di vista.
DVArea, in questo senso, è stato il contesto ideale: mi ha permesso di sperimentare, di conoscermi e di conoscere a fondo il settore, muovendomi tra progetto, processo e ricerca.
Col tempo è diventato sempre più centrale per me non solo progettare, ma capire come migliorare il modo in cui progettiamo. A un certo punto ho iniziato a rendermi conto che molte delle criticità che affrontavamo non erano legate al progetto in sé, ma a come venivano impostate le decisioni a monte: obiettivi poco chiari, mancanza di metriche, difficoltà nel tenere insieme esigenze ambientali, economiche e qualitative. Da lì è nata una domanda: quanto può migliorare un progetto se lavoriamo prima, e meglio, sulla costruzione del problema?
Il mio ruolo si è spostato progressivamente in quella direzione: lavorare nelle fasi iniziali, costruire framework decisionali, integrare strumenti ESG e supportare i team nel fare scelte più consapevoli. Non è stato un allontanamento dal progetto, ma un cambio di scala.
Da qui nasce il mio percorso verso sostenibilità, innovazione di processo e strumenti di misurazione dell’impatto.
Più che un cambio di direzione, è stata un’evoluzione naturale: dal lavorare dentro il progetto al lavorare sulle condizioni che permettono al progetto di essere migliore.
La tua attitudine all’innovazione ti ha portata ad avere un ruolo fondamentale nell’ideazione e nello sviluppo di ODUElab, nata come startup innovativa e oggi dipartimento strutturato, con una missione precisa: restituire centralità all’essere umano e innovare i processi progettuali per garantire benessere e tutela dell’ambiente. Come si è evoluta questa visione nel tempo e quali sono oggi i suoi pilastri?
ODUElab nasce dall’esigenza di portare dentro al progetto ciò che troppo spesso resta ai margini: sostenibilità, benessere e misurazione dell’impatto. All’inizio era un nucleo di ricerca e sperimentazione ma nel tempo è diventato un dipartimento strutturato che lavora in modo trasversale ai progetti, contribuendo a costruire le basi decisionali prima ancora che il progetto prenda forma. La visione si è evoluta proprio in questa direzione: non aggiungere complessità, ma aumentare consapevolezza e qualità delle scelte.
Oggi il lavoro di ODUElab si articola attorno ad alcuni pilastri chiave:
Misurazione degli impatti
Dalla scala ambientale a quella umana: lavoriamo per rendere quantificabili gli effetti delle scelte progettuali, integrando strumenti ESG, LCA, certificazioni e indicatori proprietari.
Benessere ambientale
Affrontato in modo integrato, considerando aspetti fisici, percettivi e cognitivi. Non solo comfort, ma qualità dell’esperienza dello spazio.
Sostenibilità a 360°
Ambientale, sociale ed economica: tre dimensioni che devono dialogare senza essere trattate come compartimenti separati.
DNA digitale
Utilizziamo dati, simulazioni e strumenti digitali per supportare il processo decisionale e rendere il progetto sempre più evidence-based.
Contaminazione disciplinare
Integriamo competenze che vanno oltre l’architettura: psicologia ambientale, biofilia, neuroscienze. Questo ci permette di leggere lo spazio non solo come oggetto costruito, ma come esperienza.
In questo senso, ODUElab non è solo un dipartimento, ma un’infrastruttura che connette ricerca e progetto, con l’obiettivo di generare qualità architettonica misurabile e valore nel tempo.

Come declinate il tema della sostenibilità all’interno del vostro lavoro? In che modo le dimensioni ambientale e sociale si intrecciano nella vostra pratica progettuale?
Per noi la sostenibilità non è un insieme di requisiti da soddisfare, ma un criterio con cui leggere e orientare ogni scelta progettuale.
Lavoriamo su tre dimensioni — ambientale, sociale ed economica — che non trattiamo come ambiti separati, ma come un sistema interdipendente.
La dimensione ambientale riguarda la riduzione degli impatti: energia, materiali, ciclo di vita, emissioni. La dimensione sociale riguarda le persone: salute, comfort, percezione, qualità dell’esperienza degli spazi. La dimensione economica riguarda il valore: durabilità, attrattività, capacità dell’asset di mantenere performance nel tempo.
Il punto però non è considerarle singolarmente, ma capire come si influenzano tra loro.
Un edificio molto performante dal punto di vista energetico, ma che genera stress o disorientamento, non è sostenibile. Allo stesso modo, uno spazio estremamente piacevole ma inefficiente dal punto di vista ambientale non è una risposta adeguata.
Nel nostro lavoro queste dimensioni si intrecciano attraverso un approccio evidence-based, che ci permette di collegare le scelte progettuali agli outcome reali sugli utenti e sull’ambiente. Utilizziamo strumenti concreti — analisi LCA, certificazioni, indicatori di benessere, simulazioni ambientali e modelli decisionali — per rendere espliciti i trade-off e supportare decisioni più consapevoli.
L’obiettivo è portare la sostenibilità dentro al progetto in modo operativo, non dichiarativo.
Non come un layer aggiuntivo, ma come parte integrante della qualità architettonica.
La sostenibilità non è un obiettivo a fine progetto, ma una condizione da costruire fin dall’inizio.
Che tipo di professionalità e competenze convivono all’interno di ODUElab? Come si costruisce un team capace di stare tra ricerca, benessere e progetto?
ODUElab nasce proprio dall’incontro tra competenze diverse, che difficilmente convivono in modo strutturato all’interno dei processi progettuali tradizionali.
Il team è composto da architetti con competenze ambientali, specialisti in sostenibilità e certificazioni, ricercatori, esperti di analisi dati e figure che lavorano su temi legati al benessere, come psicologi ambientali, neuroscienziati e pedagogisti.
Questa varietà non è solo tecnica, ma anche di approccio: c’è chi lavora per dettaglio costruttivo, chi per modelli, chi per evidenze scientifiche.
La sfida, e allo stesso tempo il valore, è proprio far dialogare questi linguaggi.
Costruire un team come il nostro significa non solo mettere insieme competenze diverse, ma selezionare persone con una mentalità aperta, capaci di muoversi tra discipline e di mettere in discussione il proprio punto di vista.
Per questo lavoriamo molto sul metodo: definire obiettivi chiari, strumenti comuni e momenti di confronto che permettano di tradurre competenze molto diverse in decisioni progettuali concrete. Non è un’integrazione automatica, ma un processo continuo.
È in questa contaminazione che nasce l’innovazione: quando discipline diverse smettono di lavorare in parallelo e iniziano davvero a influenzarsi.
Qual è l’apporto concreto del tuo dipartimento nelle diverse fasi di un progetto? Come si traduce operativamente il vostro approccio?
Il nostro apporto cambia nelle diverse fasi del progetto, ma ha un obiettivo costante: aiutare il team a prendere decisioni più consapevoli, basate su dati e obiettivi chiari.
Nelle fasi iniziali lavoriamo sulla costruzione del problema: definiamo obiettivi ESG, individuiamo le priorità e costruiamo un framework decisionale che orienta tutto lo sviluppo successivo. Durante il progetto affianchiamo i team nelle scelte operative, integrando analisi ambientali, valutazioni LCA, simulazioni e strumenti di verifica legati al benessere e alle certificazioni. In questa fase il nostro ruolo è rendere espliciti i trade-off e supportare scelte coerenti con gli obiettivi definiti. Nelle fasi più avanzate lavoriamo sulla verifica e sulla valorizzazione: misuriamo le performance, allineiamo il progetto a standard e framework (come EU Taxonomy o protocolli di certificazione) e contribuiamo a rendere leggibile il valore generato.
Accanto al lavoro sui progetti, sviluppiamo anche servizi specifici rivolti all’esterno, come percorsi consulenziali sulla sostenibilità, supporto alla definizione di strategie ESG e redazione di strumenti come EPD, che permettono di estendere questo approccio anche oltre il singolo progetto.
In questo senso, ODUElab non è solo un supporto al progetto, ma anche un motore di sviluppo di nuovi servizi e competenze per DVArea.
Operativamente questo si traduce in strumenti concreti: modelli decisionali, indicatori, checklist, simulazioni e momenti strutturati di confronto con i team di progetto.
Non siamo un supporto esterno che interviene a valle, ma parte integrante del processo.
Il nostro lavoro è trasformare obiettivi complessi in scelte progettuali concrete.

In occasione della Race for The Cure avete sviluppato un questionario volto ad indagare come pazienti, caregiver e personale ospedaliero vivono lo spazio di cura. Cosa è emerso da questa ricerca? E cosa vi ha sorpreso di più?
La ricerca ci ha restituito una fotografia molto chiara: gli spazi di cura oggi funzionano dal punto di vista clinico, ma spesso non riescono a rispondere in modo adeguato ai bisogni umani, emotivi e relazionali di chi li vive.
È emerso in modo trasversale — tra pazienti, caregiver e personale — che alcune dimensioni sono particolarmente critiche: la privacy, la possibilità di personalizzare lo spazio e la presenza di elementi che permettano distrazione e decompressione durante l’esperienza di cura.
Allo stesso tempo, sono emersi con forza alcuni bisogni molto chiari: la presenza di natura e luce naturale, spazi dedicati alla socialità e una maggiore attenzione all’orientamento e alla leggibilità degli ambienti.
Un dato interessante riguarda proprio gli spazi più critici: le sale d’attesa e gli spazi per la relazione, che oggi vengono percepiti come luoghi di transizione spesso spogli, affollati e poco accoglienti, mentre in realtà sono momenti centrali dell’esperienza, in cui si concentrano attesa, stress e bisogno di supporto.
La cosa che mi ha colpito di più è quanto questi bisogni siano condivisi, indipendentemente dal ruolo: cambia il punto di vista, ma non cambia la richiesta di fondo — sentirsi accolti, orientati e supportati.
Questo rafforza molto un’idea su cui lavoriamo da tempo: progettare spazi di cura significa progettare non solo per la funzione, ma per l’esperienza.
E che anche piccoli elementi — luce, natura, possibilità di scelta — possono avere un impatto significativo sul benessere percepito e, in alcuni casi, anche sugli esiti del percorso di cura.
Attualmente state lavorando allo sviluppo di indici di benessere per il monitoraggio ambientale e il supporto alla progettazione. Puoi anticiparci qualcosa su questo strumento e sulle sue possibili applicazioni?
Abbiamo sviluppato un sistema di indici con un obiettivo preciso: rendere misurabile ciò che oggi, in gran parte, resta intuitivo.
Nel progetto architettonico siamo abituati a misurare molto bene le performance tecniche — energia, consumi, emissioni — ma molto meno gli effetti che gli spazi hanno sulle persone.
Il nostro lavoro si concentra proprio su questo passaggio: collegare le scelte progettuali agli impatti reali sugli utenti.
Il sistema integra tre livelli:
- dati ambientali oggettivi (luce, qualità dell’aria, comfort termo-igrometrico, acustica)
- dimensione percettiva e comportamentale (come le persone vivono e interpretano lo spazio)
- outcome, cioè gli effetti concreti sul benessere, sulla produttività e sulla qualità dell’esperienza
Non si tratta di un semplice sistema di rating, ma di uno strumento decisionale, che supporta progettisti e committenti nel valutare le diverse opzioni progettuali in modo più consapevole.
Lo stiamo già applicando su diversi progetti e contesti — dagli spazi di lavoro alla sanità, fino all’hospitality — con l’obiettivo di integrare sempre più questo approccio anche alla scala urbana.
È un passaggio importante: da un progetto basato sull’intuizione, a un progetto evidence-based, in cui le scelte sono guidate da dati e impatti misurabili.
L’obiettivo è trasformare il benessere da concetto astratto a parametro progettuale.
L’attenzione al benessere delle persone negli spazi è diventata sempre più centrale nel dibattito sulla progettazione integrata. È una tendenza culturale, una risposta a nuove esigenze o qualcosa di più strutturale? E come si traduce in innovazione concreta?
Non credo sia una tendenza, ma una trasformazione strutturale. Negli ultimi anni è cambiato il modo in cui viviamo gli spazi: passiamo sempre più tempo indoor, in ambienti complessi, ad alta intensità cognitiva ed emotiva. Questo rende il tema del benessere non più accessorio, ma centrale.
Allo stesso tempo, sta cambiando anche il modo in cui valutiamo gli edifici: non solo per le loro performance tecniche, ma per gli effetti che hanno sulle persone e sul loro comportamento. In questo senso, il benessere diventa un tema progettuale a tutti gli effetti.
La vera innovazione non sta tanto nell’introdurre nuovi elementi, ma nel cambiare il modo in cui prendiamo le decisioni: integrare dati, evidenze scientifiche e strumenti di misurazione all’interno del processo progettuale. È qui che il tema diventa concreto.
Quando riusciamo a collegare le scelte progettuali agli outcome — in termini di salute, produttività, qualità dell’esperienza — il benessere smette di essere un concetto astratto e diventa una leva progettuale e strategica.
Progettare oggi significa assumersi la responsabilità degli effetti che gli spazi generano nel tempo.
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